Evviva l'8 Marzo, evviva la Festa del Maschilismo, evviva le donne che un tempo si facevano solo un culo così nel tenere la casa e nel crescere i figli e che ora invece si fanno un culo così nel tenere la casa, crescere i figli e lavorare con contratto cocoprò, dove chiaramente il "prò" è un'onomatopea dell'inculata che la rivoluzione femminile nasconde al suo interno. Menomale che questo è un paese serio e qui di festa della gnocca non vogliono nemmeno sentir parlare. Quindi presumiamo che sia un caso, aver organizzato il concerto di un famoso musicista italiano proprio l'8 Marzo. La band si presenta sul palco nella sua formazione rigorosamente composta da 7 maschi: c'è il percussionista nascosto dal pulpito kitsch, c'è il chitarrista anche lui lì dietro col suo look annni '30, c'è il trombettista che pare l'unica persona normale, anche se vestito da capotreno, poi c'è il contrabbasista, un pensionato che non vede l'ora si salire ai piani alti del palazzo del jazz per andarsene a letto, dopodichè arriviamo all'uomo tuttofare, uscito direttamente da un film sulla guerra di secessione con le sue basole bianche, esperto suonatore di theremin, vibrafono, e altri 100 strumenti/utensili provenienti da tutto il mondo. Poi c'è Lui, con le sue giacche, giacchette, cappelloni, cappelletti, capelli pochi, barba lunga ma rada quasi come quella del Toty, e un carisma come non se ne vedeva da tempo su quel palco. Due parole anche sul pubblico: la domanda di rito è stata "ma ci saranno più italiani o gente del resto del mondo?". Difficile dirlo, anche se in giro di italiano se ne sente parecchio prima dell'inizio del concerto. Un altro fattore ci può aiutare a riconocere gli italiani "puri", il linguaggio del corpo. Qui tutti ci scherzano sostenendo che parliamo gesticolando molto e con le mani a conchetta del tipo "ma caa voi?". E allora ecco un italiano verace catturato dalla digitale di Fabrizio, nostro salvatore, che non solo arriva in anticipo prendendoci il tavolino in prima fila, ma si ricorda anche di portare una macchina fotografica, una mezza schifezza digitale è vero, ma pur sempre una macchina in grado di immortalare la serata.
Ah già dimenticavo, poi c'è il settimo elemento, il mago/trampoliere/illusionista/cercatore d'oro del Klondike, con tatuaggi sparsi su tutto il corpo che lui mostra fieramente fra un numero patetico di carte e uno con le palline o la sigaretta accesa che si vede benissimo dove e quando la nasconde. Sul petto ha tatuato "TATA' ", mentre sulle chiappe non ricordo. Ha anche il dente d'oro in bella vista, che mostra ad ogni risata. Sui trampoli cade anche in mezzo alla gente. I più vicini sudano freddo. Tutto questo però crea l'atmosfera per quello che più che un concerto è stato un viaggio di un paio d'ore in quel mondo di personaggi fantastici, artisti di strada e da circo, legati a varie storie e favole del passato, di un mondo che fu, quello dei cercatori d'oro appunto, o quello dei maghi, degli amori finiti bene o di quelli senza tante pretese, un mondo semplice in cui sognare è la normalità, in cui ogni personaggio è rigorosamente non-realistico, in cui i cappelli da uomo sono solo bombette o cilindri o in stile anni '30, '40 o '800. Credo che questo musicista abbia fatto fortuna perchè ha avuto l'intuizione che in questo mondo c'è tanto bisogno di sognare, di evadere dal quotidiano, e c'è bisogno di farlo a cuor leggero, pensando ad un bel chiaro di luna, col sottofondo di un bello strumento vecchio e impolverato, magari a manovella, stringendo a sè la/l' donna/uomo amata/o, ballando insieme al ritmo di un tango, o una pizzica, una mazurka, una tarantella, sognando quel mondo senza tanti problemi, se non la paura di essere contagiato dal ballo di San Vito. E allora lo show ha inizio, c'è lui che canta e che trasmette tutta la sua energia, la voglia di suonare e di far divertire, la voglia di essere acclamato anche, come ricorda spesso mettendosi in posa stile Hulk Hogan come a dire "questi applausi non li sento, potete fare di meglio". Lo stesso gesto fatto da un altro mi starebbe proprio sul cazzo, ma lui lo fa con affetto, con gli occhi che ridono, e allora non puoi non accontentarlo. E' venuto qui a Montreal per far sentire gli immigrati italiani un po' meno immigrati, la gente come noi un po' meno lontana da casa, un po' meno sola, ma è venuto anche per far conoscere a qualche francofono un po' più aperto di vedute la sua musica, la sua capacità di creare atmosfere sognanti e anche un po' infantili a volte, unendo una musica creata apposta per essere unita a quella tale maschera, o per essere cantata con quel cappellino che fa tanto New Orleans stile Charleston, e sopratutto nata per essere cantata con quella voce, coltivata con tanta cura a son di alcohol e sigarette. Non è stato un concerto, è stato un circo di emozioni, un turbine di dolci ricordi mai avvenuti, durante il quale mi sono dimenticato in che città ero, in che paese ero, come ero vestito, che stagione era, cosa ci facevo lì.
Per chi non l'avesse capito, Vinicio Capossela.
Durante la serata parla a sprazzi francese (inizialmente leggendo, poi continuando a braccio), inglese, italiano. A volte, ad una battuta in italiano, sulla quale nota che solo il nostro tavolo e pochi altri ridono, chiede ausilio agli italiani presenti per tradurre in francese. Ci tiene a farsi capire. Solo che il Toty ad esempio, come si dice "annegare" in francese proprio non lo sa. Ok, nemmeno in inglese.
Da sinistra: l'uomo della guerra di secessione, Vinicio, e il mi nonno al contrabbasso.
Il secondo da sinistra è il cercatore d'oro. Solo l'occhio nero FORSE è finto. E poi, anche se fosse TUTTO finto, chissenefrega!
Infine c'è stato il dopoconcerto, durante il quale Vinicio si immola in una foto con la Totyna. E' lei l'intenditrice di Vinicio, è lei che ringrazio per avermi portato a vedere questo spettacolo per orecchi, occhi, cuore e animo.
Durante la serata parla a sprazzi francese (inizialmente leggendo, poi continuando a braccio), inglese, italiano. A volte, ad una battuta in italiano, sulla quale nota che solo il nostro tavolo e pochi altri ridono, chiede ausilio agli italiani presenti per tradurre in francese. Ci tiene a farsi capire. Solo che il Toty ad esempio, come si dice "annegare" in francese proprio non lo sa. Ok, nemmeno in inglese.
MAVAFANCU!M'HAI FATTO PIANGE.BOIA COME SCRIVI BENE DIO'RISCHTO.
RispondiEliminaGRAZIE.
PS..IL CAPCHA PER INSERIRE IL MIO COMMENTO ERA PALLAXI, SICCHè HO ANCHE RISO MENTRE MI SOFFICCHIAVO IL NASO IN PREDA ALL'EMOZIONE PER LE TUE PAROLE.
RispondiEliminaTi ringrazio. Però ci sfugge il significato di "capcha" e "pallaxi", forse la seconda ha a che fare con Capossela...? Perdona l'ignoranza.
RispondiEliminaMeno male, pensavo coi miei 35 anni appena fatti di essere diventato troppo vecchio per capire capcha e pallaxi, invece vedo che sfugge anche ai più giovincelli...
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